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27.09.2016
Associazione per i Diritti e la Legalità "All Rights"
Viva vox iuris, la viva voce del diritto

“I diritti servono quando si è certi di poterli garantire. Altrimenti inoculano un veleno: ci abituano a non prenderli sul serio, e in conclusione a non fidarsi del diritto. Se in Italia c'è una crisi di legalità è anche perché l'Italia è infarcita di diritti di carta, di diritti che veleggiano nel cielo delle Gazzette ufficiali senza mai posare i piedi sulla terra” (M. Ainis - “Romanzo nazionale. L’Italia e gli inganni della politica”. Dalai Editore).

La maturità di una democrazia è tanto più profonda quanto più sono limitati, tra gli altri, il grado di litigiosità ed il carico del contenzioso giudiziario. In Italia, è noto, il livello di conflittualità tra cittadini (ma anche tra cittadini e pubbliche amministrazioni) ha raggiunto e superato ormai da tempo la soglia della criticità.


Un possibile strumento per tentare di ridurlo o, quantomeno, di arginarne gli effetti, è di agevolare i privati (ma anche le pubbliche amministrazioni) nella conoscenza e piena coscienza dei propri diritti e doveri: un mirato e costante aggiornamento sulla normativa in vigore e sui più recenti orientamenti giurisprudenziali dovrebbe, infatti, consentire di tradurre in contenzioso soltanto fattispecie e pretese effettivamente fondate, disincentivando la promozione di (o la resistenza a) procedimenti giudiziali palesemente destituiti di fondamento giuridico che si definiscono, poi, con il rigetto delle domande azionate, la condanna al pagamento delle spese processuali o, addirittura e quel che è peggio, con l’ulteriore condanna della parte soccombente al pagamento di una somma a titolo di risarcimento del danno nei confronti della parte vittoriosa per la temerarietà della lite.


Con dette finalità, l’Associazione per i Diritti e la Legalità “All Rights”, in ossequio al proprio spirito fondativo ed alle finalità statutarie, si rivolge a privati, pubbliche amministrazioni ed operatori del diritto provvedendo, tra gli altri, a selezionare settimanalmente la giurisprudenza di merito, di legittimità, costituzionale e comunitaria, avuta particolare attenzione per fattispecie di valenza sociale ovvero connesse e/o collegate con l'interesse pubblico.

“Se i cittadini considerano il rispetto delle regole come un valore, il solo fatto di stigmatizzare un comportamento negativo diventa rilevante” (R. Cantone, G. Di Feo - “Il male italiano. Liberarsi della corruzione per cambiare il Paese”. Rizzoli Editore).

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ULTIME NEWS DEL 19/04/2016    

DIRITTO DEL LAVORO

Dipendenti pubblici. Fraudolenta attestazione della presenza in servizio. Il CdS fornisce il proprio parere sullo schema del d.lgs. predisposto per reprimere il fenomeno.

Il Consiglio di Stato fornisce il parere richiesto sullo schema del d.lgs. recante “Modifiche all’art. 55-quater del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, ai sensi dell’art. 17, comma 1, lettera s), della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di licenziamento disciplinare”, che ha lo scopo di reprimere con maggiore incisività ed efficienza con la previsione di un procedimento disciplinare ad hoc, le condotte dei dipendenti pubblici che attestino falsamente la loro presenza in servizio (CdS, parere del 05.04.2016, n. 864). 

Utilizzo della bicicletta per recarsi a lavoro. Infortunio in itinere. Estensione della tutela assicurativa INAIL.

La tutela assicurativa gestita dall'INAIL "copre", tra gli altri, l'infortunio che accada al lavoratore lungo il “normale” percorso che collega il luogo della sua abitazione dal luogo di lavoro e viceversa.

 

Secondo la disciplina vigente, l'utilizzo del mezzo proprio per la percorrenza di detto tragitto non si pone d'ostacolo all'indennizzabilità, purché l'uso del mezzo privato invece di quello pubblico sia "necessitato".

Sulla scorta dell'interpretazione giurisprudenziale prevalente, il requisito della "necessità" del mezzo privato non deve essere inteso in senso assoluto, essendo sufficiente una "necessità relativa", ossia emergente attraverso molteplici fattori, non definibili in astratto, che condizionano la scelta del mezzo privato rispetto a quello pubblico. I criteri per definire la “necessità” della scelta del lavoratore di usare il mezzo privato sono stati individuati nella "normalità" e "ragionevolezza", tenendo conto di vari standards comportamentali esistenti nella società civile che rispondono a valori guida dell'ordinamento all'interno di un determinato contesto socio economico.

 

La sentenza in commento ha spianato la strada alla possibilità di considerare “normale” e “ragionevole” l’utilizzo della bicicletta da parte del lavoratore per percorrere il tragitto casa-lavoro (o viceversa) e, pertanto, perfettamente indennizzabile l’infortunio in itinere verificatosi in dette circostanze, al ricorrere degli altri presupposti di legge. L'utilizzo della bicicletta da parte del lavoratore per recarsi al lavoro deve essere infatti valutato “in relazione al costume sociale, alle normali esigenze familiari del lavoratore, alla presenza di mezzi pubblici, alla modalità di organizzazione dei servizi pubblici di trasporto nei luoghi in cui più è diffusa l'utilizzo della bicicletta, alla tipologia del percorso effettuato (un conto è l'impiego su un percorso urbano, un conto su una strada non urbana), alla conformazione dei luoghi, alle condizioni climatiche in atto (e non tanto a quelle stagionali), alla tendenza presente nell'ordinamento e rivolta all'incentivazione dell'uso della bicicletta”.

 

La Suprema Corte non ha mancato di porre in rilievo la recente tendenza nel nostro ordinamento a favorire quanto più possibile l'utilizzo della bicicletta, in quanto mezzo che riduce costi economici, sociali ed ambientali (ad esempio, sono ormai numerosi i comuni che mettono a disposizione dei cittadini biciclette in modo gratuito per gli spostamenti urbani casa-lavoro, anche di breve durata; ciò al fine di ottenere benefici collettivi di carattere ambientale, ma anche per migliorare la salute dei cittadini ed, in prospettiva, ottenere un calo delle spese sanitarie a carico del sistema nazionale).

 

È quanto emerge, in particolare, dalla recente normativa di cui alla legge del 28.12.2015 n. 221 (pubblicata nella G. U. n. 13 del 18.1.2016) contenente "disposizioni in materia ambientale per promuovere misura di green economy e per il contenimento dell'uso eccessivo di risorse naturali", il cui art. 5 prevede specifiche disposizioni volte ad incentivare la mobilità sostenibile anche nei percorsi casa-lavoro, ivi inclusi le iniziative di bike-pooling e di bike-sharing, i programmi di educazione e sicurezza stradale, di riduzione del traffico, dell'inquinamento e della sosta degli autoveicoli in prossimità delle sedi di lavoro "anche al fine di contrastare problemi derivanti dalla vita sedentaria". Tali programmi possono comprendere anche incentivi di tipo economico come "la cessione a titolo gratuito di «buoni mobilità» ai lavoratori che usano mezzi di trasporto sostenibili".

 

Per quel che rileva in questa sede, i commi 4 e 5 della medesima norma intervengono ad integrare proprio la materia dell'infortunio in itinere (di cui agli artt. 2, terzo comma e 210 quinto comma del T.U. 1124/65) chiarendo che: «L'uso del velocipede, come definito ai sensi dell'articolo 50 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive modificazioni, deve, per i positivi riflessi ambientali, intendersi sempre necessitato». In sostanza, attraverso la nuova disciplina, ai fini dell'infortunio in itinere, l'uso del velocipede (ovvero, secondo il codice della strada, del veicolo, con due o più ruote, funzionante a propulsione esclusivamente muscolare, per mezzo di pedali anche se a pedalata assistita), deve ritenersi sempre assicurato, come lo è, per la stessa normativa, l'andare al lavoro a piedi o con utilizzo del mezzo pubblico.

 

Nonostante si tratti di normativa entrata in vigore in epoca successiva al fatto sotteso alla sentenza in commento, proprio perché espressione di istanze sociali largamente presenti da tempo nella comunità, essa è stata utilizzata dai giudici di legittimità per interpretare estensivamente anche la portata previgente della norma, includendo l'infortunio in itinere avvenuto in bicicletta tra quelli astrattamente indennizzabili, in presenza degli altri requisiti di legge. 

 

Cass. Lav. 13.04.2016, n. 7313

 

 

Licenziamento illegittimo. La scelta di riassumere il dipendente o di corrispondergli la relativa indennità risarcitoria è rimessa al datore di lavoro stesso e non è sindacabile.

La scelta effettuata dal datore di lavoro, all'esito della sentenza che pronunci sulla illegittimità del licenziamento, in regime sottratto alla tutela reale, e condanni il datore di lavoro alla riassunzione ovvero, in mancanza, al pagamento della indennità risarcitoria, è rimessa per legge al datore di lavoro obbligato, con conseguente irrilevanza dei motivi che hanno ispirato detta scelta. Ed infatti, nell'ipotesi di imprese minori, la legge riconosce al datore di lavoro la scelta in ordine alla possibilità di riassumere il lavoratore illegittimamente licenziato, ovvero di risarcirgli il danno conseguente all'accertata illegittimità dei licenziamento, con l’ulteriore precisazione che una volta operata la scelta fra le due prestazioni, si determina l'irrevocabilità della stessa, e il debitore resta liberato dalla seconda prestazione.

Cass. Lav., 01.04.2016, n. 6390

 

DIRITTO AMMINISTRATIVO

Baratto amministrativo. Le condizioni di ammissibilità.

Ai sensi dell’art. 24 del decreto-legge n. 113/2014 che ha introdotto la figura del c.d. “baratto amministrativo”, i Comuni possono deliberare l’esenzione e/o la riduzione di tributi comunali a favore dei cittadini (singoli o associati) che presentino progetti di riqualificazione del proprio territorio di appartenenza.

La Corte dei Conti, con il parere che si segnala, precisa che il collegamento tra il progetto proposto dai cittadini e l’agevolazione tributaria debba, comunque, essere sempre  “funzionale a governare gli effetti che il mancato o il ridotto gettito di alcuni tributi locali possono generare sugli stanziamenti dei bilanci di previsione degli enti locali che abbiano preventivamente adottato regolamenti contenenti la disciplina del cd. baratto amministrativo”.

In altri termini non è automatico che il cittadino debitore di un tributo ponga in essere una delle attività previste dalla norma in commento e saldare così la propria esposizione debitoria attraverso una sorta (e non consentita) di datio in solutum ex art. 1197 c.c., ma è necessario che l’atto regolamentare del Comune individui previamente la “inerenza tra agevolazione tributaria e tipologia di attività svolta dai soggetti amministrati” evitando l’insorgenza di  “effetti pregiudizievoli sugli equilibri di bilancio considerato che i debiti tributari del cittadino sono iscritti tra i residui attivi dell’ente”. (C. Conti, Emilia Romagna, deliberazione del 23.03.2016, n. 27).

 

 

PROFESSIONISTI E RESPONSABILITA' PROFESSIONALE

Responsabilità professionale del notaio per tardiva annotazione dell’atto di costituzione di un fondo patrimoniale a margine dell’atto di matrimonio.

Il notaio che, dopo aver rogitato un atto di costituzione di fondo patrimoniale tra coniugi, ometta di curare la relativa annotazione a margine all'atto di matrimonio, risponde nei confronti dei proprietari dei beni conferiti nel fondo del danno da essi patito in conseguenza dell'inopponibilità del vincolo di destinazione ai creditori, a nulla rilevando che sia stata comunque eseguita la trascrizione dell'atto nei pubblici registri immobiliari, giacché quest'ultima non rende la costituzione del fondo patrimoniale opponibile ai terzi quando sia mancata la suddetta annotazione, nemmeno nel caso in cui i terzi stessi ne avessero conoscenza.

 

Cass. Civ., 24.03.2016, n. 5889

 

DIRITTO PENALE

Intrusione nella casella di posta elettronica del dipendente pubblico da parte del superiore gerarchico. Violazione dell’art. 615 ter c.p.

In un sistema informatico servente una P.A., la casella di posta elettronica del dipendente pubblico protetta da password personalizzata rappresenta il proprio domicilio informatico collegato, in quanto tale, ad uno “ius excludendi, di cui anche i superiori devono tenere conto”.

 

Nel caso di cui alla sentenza in commento, il   responsabile di un Ufficio di Polizia Provinciale si era introdotto nella casella di un proprio sottoposto.

 

Detta intrusione integra il reato di cui all’art. 615 ter c.p. con l’aggravante dell’abuso di potere che,  a  prescindere dal fatto che il reato sia stato o meno commesso in relazione al compimento di atti rientranti nella sfera di competenza del pubblico ufficiale o dell'incaricato di un pubblico servizio, sussiste, come nel caso di specie, allorchè detta qualità  “abbia reso possibile o comunque facilitato la commissione del reato” (Cass. Pen., V, 31.03.2016, n. 13057).

 

 

 

Art. 659 c.p. Il reato è integrato se riferibile ad un numero indeterminato di persone. Basta la mera idoneità della condotta ad arrecare disturbo.

Per la violazione della norma di cui all’art. 659 c.p. (Disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone) non è necessario che la molestia si sia effettivamente realizzata essendo sufficiente la mera idoneità della condotta ad arrecare disturbo.

Affinchè la fattispecie assuma rilevanza penale   - cosa ben diversa da quella prettamente civilistica ex art. 844 c.c. che disciplina le immissioni sonore nell’ambito dei conflitti di vicinato  -  è necessario comunque che detta idoneità risulti potenzialmente riferita ad un numero indeterminato di persone (Corte di cassazione, Sezione I penale, 28 febbraio 2012, n. 7748) e che l’accertamento di detta idoneità avvenga non necessariamente sulla scorta di specifiche indagini tecniche ma “anche sulla base delle coerenti risultanze sensoriali dei testi escussi del cui apprezzamento il giudicante deve dare conto, tanto più ove si tratti di dati non strumentali, nella motivazione del suo provvedimento” (Cass. Pen., III, 14.03.2016, n. 10478).

 

 

FAMIGLIA, MINORI E QUESTIONI DI STATO DELLE PERSONE

Il bene in comunione legale tra coniugi può essere pignorato per intero.

La sentenza in esame ribadisce un principio consolidato nella giurisprudenza della Suprema Corte (tra le tante: Cass. 14 marzo 2013 n. 6575 e Cass. 18 settembre 2014 n. 19689) che qualifica la comunione legale tra coniugi come “comunione senza quote o a mani riunite”, con conseguente impossibilità di “ricostruire il coniuge non debitore come proprietario esclusivo di una parte, anche solo ideale, del bene da aggredire esecutivamente”.

 

Il bene dovrà, quindi, essere pignorato “esclusivamente nella sua interezza e non per una inesistente quota della metà, salvo il diritto del coniuge non debitore a percepire, in sede di distribuzione del ricavato, la metà del ricavato (al lordo delle spese di procedura) della vendita del bene”.

 

Pertanto, il bene in comunione legale potrà essere aggredito esecutivamente nella sua interezza, non avendo, il singolo coniuge, la proprietà di una quota determinata del bene ma una contitolarità per intero dello stesso.

 

La Suprema Corte specifica quali opposizioni agli atti esecutivi e di terzo il coniuge non debitore potrà esperire e quelle invece ad esso precluse.

In particolare, proprio quale conseguenza dei principi suindicati che vedono la comunione tra coniugi come una comunione “per intero”, lo stesso non potrà praticare una opposizione di terzo all’esecuzione per pretendere di escludere dall’espropriazione una quota del bene (Cass. 29 maggio 2015 n. 11175).

Il coniuge non debitore potrà invece far valere, in sede di opposizione, la presenza di beni personali del debitore utilmente aggredibili oppure la proprietà esclusiva del bene aggredito o la nullità degli atti esecutivi.

 

Cass. Civ. III 31.03.2016, n. 6230

Fondo patrimoniale. Termine di prescrizione dell’azione revocatoria. Dies a quo: data dell’annotazione sull’atto di matrimonio.

Il fondo patrimoniale, quale “convenzione matrimoniale”, è soggetta alle disposizioni di cui all'art. 162 c.c. Conseguentemente, per essere opponibile a terzi, il relativo contratto deve essere annotato a margine dell'atto di matrimonio.

 

Dalla data di annotazione della costituzione del fondo patrimoniale a margine dell’atto di matrimonio decorre altresì il termine di prescrizione quinquennale entro cui, al ricorrere dei presupposti di legge, eventuali creditori dei coniugi possono esercitare l’azione revocatoria.

 

Sulla base di questo assunto, la Suprema Corte, con la sentenza in commento, ha confermato la decisione dei giudici di primo e secondo grado che, su istanza di un Istituto bancario, avevano accolto la domanda di revocatoria dell’atto con il quale due coniugi avevano costituito in fondo patrimoniale il diritto di usufrutto ai medesimi spettante su un insieme di immobili e terreni, condannandoli conseguentemente al pagamento di una ingente somma di denaro (oltre 2 milioni di euro) nei confronti dell’Istituto istante.

 

Nel caso di specie, l’atto di costituzione del fondo patrimoniale era stato stipulato dai coniugi nel 1999, ma era stato annotato a margine dell’atto di matrimonio soltanto nel 2003.

 

I coniugi-debitori, rispetto all’azione revocatoria esercitata dall’Istituto bancario, avevano eccepito l’intervenuta prescrizione, ritenendo che il relativo termine decorresse dalla stipula dell’atto di costituzione del fondo (1999).

La Suprema Corte ha invece confermato la piena tempestività dell'azione revocatoria spiegata dalla Banca, giacché esercitata entro il termine prescrizionale di 5 anni decorrenti dalla annotazione della costituzione del fondo patrimoniale a margine dell'atto di matrimonio (2003), a nulla rilevando la data della stipula dell'atto (1999).

 

 

La Suprema Corte ha altresì confermato che la verifica della sussistenza del cd. consilium fraudis dovesse essere effettuata anch’essa con riferimento alla data di annotazione dell'atto di costituzione del fondo patrimoniale e non a quella della sua stipula.

Nel caso di specie, dunque, nessuna pregio poteva avere l'eccezione dei coniugi volta a sostenere che all'epoca della stipula dell'atto di costituzione del fondo (1999) la loro situazione patrimoniale fosse più che solida, dovendosi invece dare rilievo alla circostanza che il credito nei confronti della banca fosse sorto anteriormente (settembre 2003) alla annotazione del fondo patrimoniale sull'atto di matrimonio (ottobre 2003), potendosi quindi presumere un intento "distrattivo" dei coniugi, volto a sottrarre beni alla garanzia dei creditori.

 

Cass. Civ., 24.03.2016, n. 5889

 

Non esiste l’obbligo di concertazione preventiva tra i coniugi per poter effettuare le spese straordinarie (scuola privata) che corrispondano al maggior interesse dei figli.

Nel caso di mancata concertazione preventiva e di rifiuto di provvedere al rimborso della quota di spettanza da parte del coniuge che non le ha effettuate, il giudice è tenuto a verificare la rispondenza delle spese all’interesse del minore mediante una valutazione sulla commisurazione dell’entità della spesa rispetto all’utilità che ne deriva ai minori e sulla sostenibilità della spesa stessa se rapportata alle condizioni economiche dei genitori”.

 

L’ordinanza in esame analizza la sussistenza o meno dell’obbligo di accordo preventivo tra coniugi separati relativamente alle spese per l’iscrizione del figlio ad una scuola privata, tema più volte trattato dalla giurisprudenza della Suprema Corte.

Orbene, la suddetta pronuncia, discostandosi da altre (Cass. N. 10174/2012) prevede che non sussista un obbligo di concertazione preventiva fra i coniugi al fine di poter effettuare le spese straordinarie che corrispondano al maggior interesse dei figli. Il Giudice dovrà valutare l’entità della spesa rispetto all’utilità che derivi al minore e la sostenibilità della spesa rispetto alle condizioni economiche dei genitori.

Il coniuge convenuto in giudizio per il rimborso della propria “quota” di spesa dovrà opporre una difesa basata sulla non corrispondenza della spesa all’interesse del minore oppure la insostenibilità della spesa rispetto alle proprie condizioni economiche.

 

L’ordinanza oggetto d’esame è interessante sotto un secondo profilo.

Sancisce infatti che, il provvedimento con il quale, in sede di separazione, si stabilisce che il genitore non affidatario paghi pro quota le spese scolastiche dei figli, è titolo esecutivo e non richiede un giudizio di cognizione, qualora il genitore alleghi documentazione che provi gli esborsi effettuati, con ammissibilità dell’azione monitoria e legittimità dell’emanazione del decreto ingiuntivo.

Ne discende, pertanto, che il genitore che volesse recuperare le spese scolastiche nei confronti del genitore inadempiente, deve comunque agire con un procedimento monitori che quantifichi e determini l’effettivo esborso, non potendo direttamente notificare l’atto di precetto.

 

Cass. Civ. ordinanza 3 dicembre 2015 – 2 marzo 2016 n. 4182

RESPONSABILITA' CIVILE

Distinzione tra diritto di cronaca e di critica e relativi limiti.

Questa recente sentenza della Suprema Corte conferma l’orientamento della giurisprudenza maggioritaria in tema di diritto di cronaca giornalistica e di critica, ribadendo i limiti per il corretto utilizzo di tali diritti onde evitare di commettere atti lesivi dell’altrui reputazione.

 

Il diritto di cronaca consiste nell’esposizione di fatti di interesse generale, con il fine di informare i lettori, e i relativi limiti sono: la verità della notizia, la correttezza dell’esposizione e l’interesse pubblico alla divulgazione della notizia stessa.

 

Il diritto di critica, invece, consiste nell’esprimere un’opinione su certi fatti e i limiti ai fini del legittimo esercizio sono la rilevanza sociale dell’argomento e la correttezza dell’esposizione.

 

In particolare, la sopracitata sentenza impone “che la critica si esprima in termini formalmente misurati, e in modo tale da non trascendere in attacchi e aggressioni personali diretti a colpire sul piano morale la figura del soggetto criticato”.

 

Il Giudice dovrà effettuare “un bilanciamento dell’interesse individuale alla reputazione con l’interesse che non siano introdotte limitazioni alla formazione del pensiero costituzionalmente garantita”.

 

Nella pratica è possibile che in una esposizione confluiscano sia la cronaca che la critica.

In questo caso, in relazione a ciascun contenuto espressivo, andranno applicati i relativi limiti.

Qualora, valutato l’articolo nel suo complesso, la cronaca dovesse essere prevalente rispetto alla critica (o viceversa), si applicheranno i limiti previsti per la scriminante prevalente.

 

Cass., Civ., III , 14.03.2016, n. 4897

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